Tonino nell’allevamento di api regine a Gaibola sulle colline bolognesi, nel 1950.
Tonino con la figlia Elisabetta che “affumica” nel 1953.
Tonino alla mostra-mercato sull’apicoltura.
Festa di primavera del 1989 a Loiano (Bologna)
Antonio Monti 1993. La raccolta degli sciami a Casaleapi
Antonio Monti
e la moglie Terzilia
ancora insieme
nel Natale 2008
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RIVISTA L’APIS N. 4 MAGGIO 2009

Ci ha lasciato un apicoltore che ha vissuto di e per l’apicoltura, dall’epoca in cui si potevano produrre anche 105 kg ad alveare, che si è donato fino all’ultimo perché potesse essere passione anche delle generazioni future.

 di Elisabetta Monti

Per ricordare mio padre, Antonio Monti che avrebbe compiuto 100 anni il 10 maggio 2009, ma è mancato il 19 febbraio, propongo questa intervista del 2001, raccolta da M. Teresa Falda e Bruno Pasini e pubblicata nel loro libro “L’allevamento d’api regine. Una per tutte…tutte per una”.

Antonio Monti, da tutti chiamato Tonino, classe 1909, lo incontriamo a Loiano, suo paese di nascita sull’Appennino Tosco-Emiliano, in provincia di Bologna. Figlio d’apicoltore, lui stesso apicoltore e allevatore. Un incontro fortunato: la testimonianza vivente dell’evoluzione di 120 anni di apicoltura. Tonino ricorda, attraverso i ricordi del padre, tutte le fasi di sviluppo dell’allevamento delle api passando dai metodi rustici a quelli tradizionali.

Il padre, negli ultimi anni del 1800, era “raccoglitore di miele”. Ogni anno, alla fine del mese di agosto, su un carro trainato da buoi o cavalli (secondo la distanza che doveva percorrere) visitava i contadini dell’Appennino Tosco-Emiliano, per comprare i bugni villici. Erano acquistati a peso, ed il miele veniva ricavato per torchiatura. Nei primi anni del 1900 acquistò le prime arnie razionali, messe in vendita dalla ditta “Perucci” di San Severino Marche. Questa nuova opportunità gli permise di travasare le api dai bugni villici, senza doverle uccidere con lo zolfo, per recuperare il miele. Questo modo di operare destò molto interesse per i possessori d’api di quel tempo che, inizialmente, lo ritenevano un “folle”. Tonino afferma che “La prima cosa che mio padre fece, dopo l’acquisto delle nuove arnie, fu di smontarne una per studiarla ed autocostruirsele”. In quegli anni, inoltre, non si trovavano fogli cerei da fissare nei telaini di legno. Abitualmente, s’inseriva una striscia di favo naturale prelevata dai bugni, legata con rami di ginestra sul telaio. Queste arnie erano di modello Langstroth, xon nido e melaio della stessa dimensione. Durante la prima guerra mondiale le api non furono più seguite dai contadini: tutti gli uomini erano al fronte.

Tonino da raccoglitore di miele divenne raccoglitore di sciami, riempiendo un notevole numero d’alveari. Partecipò al Congresso Internazionale di Napoli del 1921 con il padre. Il tema trattato era: “Le possibili misure future da adottare in Italia per le arnie razionali”. Fu proprio in quell’occasione che il padre acquistò un’arnia “Italica Carlini”, simile alla Dadant, con melario da 16 cm. A casa fu smontata, studiata e riprodotta. Bruciante, ancora, è la memoria dell’imposizione fiscale dell’epoca: la “ricchezza mobile” era pagata anche sulle attrezzature destinate alle api. Possedendo due torchi per la pressatura della cera proveniente dai favi o dagli opercoli, doppia era la tassa da pagare.

Degno di nota e di riflessione è il ricordo sulla quantità di miele che si produceva. Svariati raccolti con produzioni che, ai nostri occhi, appaiono impensabili ed impossibili per la notevole quantità. Il miele era venduto interamente nel bolognese, ai negozi o ai privati. Quando il miele era cristallizzato, il confezionamento e la commercializzazione erano realizzati a “fette”, impacchettate utilizzando la carta dei macellai, quella per avvolgere la carne. Questo tipo di smercio era effettuato anche nella vendita al minuto. La richiesta di miele raggiungeva l’apice nel periodo natalizio, soprattutto nel bolognese, dove è ingrediente indispensabile di un dolce tipicamente natalizio: il “Certosino”, impasto di miele, farina, marmellata mostarda, frutta secca, uvette, frutta candita e cioccolato.

Tonino si sposa il 31 dicembre 1940, parte per la guerra nel marzo del 1941, ritorna nell’ottobre del 1946. In tale periodo è la moglie, Terzilia Santi, classe 1919, a prendersi carico dell’azienda, e si rivela veramente capace, mantenendo ben vitale il patrimonio apistico. Nel 1947 Antonio inizia ad allevare api regine, prima per uso aziendale, poi per commercializzarle. Nel 1949 a Gaibola, sui colli bolognese, apriva un impianto di 300 cassettini di fecondazione, contenenti ciascuno due piccole famiglie d’api, con favi pari a 1/3 di quelli Dadant. L’allevamento, operativo per quattro mesi l’anno, produceva, mediamente, 3.000 regine per stagione che venivano spedite in Italia, Argentina, Francia, Cile, Inghilterra, Brasile, Isole Seychelles…

Passò qualche anno e Tonino iniziò a maturare l’opportunità di trasferire la sua attività. Inizialmente fece “viaggi esplorativi” e constatò che nella Maremma toscana l’apicoltura, basata sui bugni villici, non era ancora sviluppata ed aveva potenzialità notevoli. Le regine locali risultavano di due ecotipi: una della “macchia”, intrattabile, molto propensa alla sciamatura, poco produttiva. Il suo miele, per varietà e gusti dei bolognesi, risultava poco interessante. L’altro ecotipo lo trovò nella fascia costiera, nella zona di Castiglione della Pescaia, e lo battezzò la “maremmana”.

“Era scura, e si trovava in bugni molto popolosi, fatti di sughero. Produceva molto miele ed i suoi raccolti erano paragonabili a quelli dell’Appennino Tosco-Emiliano di quarant’anni prima”. S’innamorò subito di questi paesaggi, ricchi di trifogli, erica, corbezzoli, eucalipti, rosmarino e tanta sulla su prati sterminati! All’inizio del 1965 trasferì quindi la sua attività nella Maremma toscana. Acquistò bugni villici in diverse località ed in alcuni casi, trovandosi in zone impraticabili, ricorreva al dorso dei muli per il trasporto, utilizzando due botti (impiegate per la conservazione delle arringhe), all’interno delle quali metteva i bugni chiusi in sacchi di iuta. Trasportati i bugni nelle postazioni, li travasava in arnie razionali. I bugni furono anche venduti all’estero, a volte in grosse partite, soprattutto in Francia. Sempre nell’anno 1965 la produzione media per alveare razionale fu di 108 kg. Tra il 1965 ed il 1966 continuò ad allevare api regine, ma alla fine del 1966 chiuse l’allevamento e si dedicò unicamente alla produzione di miele. I racconti di Tonino riguardanti gli anni passati in Maremma sono dettagliati ed affascinanti. Una vecchia storia, da lui narrata, ci ha colpito particolarmente: l’influenza di un’attività industriale degli anni ’40 sulla presenza d’erica arborea. Le sue radici erano utilizzate come combustibile dall’industria siderurgica per la tempra d’acciai speciali, indispensabili per la guerra (si sfruttava l’alto potere calorifico). Il risultato fu la quasi totale distruzione di quest’arbusto; il raccolto primaverile delle api su tale fonte nettarifera, di conseguenza, fu progressivamente compromesso.

L’avventura in Maremma (così Tonino la chiama) durò 10 anni. Tornò a fare l’apicoltore sull’Appennino bolognese a causa dell’età e per la crescente aggressività delle api. La realtà bolognese non era però più quella di un tempo. Le coltivazioni erano cambiate e di conseguenza le produzioni si dimezzarono. Continuò la sua attività ancora per parecchi anni e, solo nel 1993, decise di smettere. Nella modalità di chiusura dell’azienda abbiamo modo di comprendere meglio l’uomo; Tonino ci racconta: “…con le api, mio padre aveva mantenuto una famiglia, ed anch’io ho mantenuto la mia! Le api ci hanno consentito di superare due periodi storici difficili come quelli delle guerre mondiali, e di non conoscere la miseria… Dovevamo a loro rispetto, riconoscenza e gratitudine… non avrei mai potuto venderle… così ho regalato l’intera azienda ad una Comunità di Recupero, Mondo X, con la speranza che le api potessero donare ad altri quello che in passato avevano già donato a me!” A queste splendide parole, in una locanda a Castiglione della Pescaia, davanti ad un bicchiere di vino rosso, è stato impossibile non emozionarsi! I ricordi di Tonino sull’evoluzione dell’apicoltura, dell’agricoltura, della tecnica e dell’ambiente meriterebbero un intero libro. Una biografia quale memoria storica dello sviluppo di un secolo.”

Così termina l’intervista. Aggiungo il mio affettuoso e commosso grazie a papà che mi ha insegnato che lo studio e la curiosità di conoscenza sono i valori portanti della vita; mi ha insegnato a rispettare la natura, a diventare amica degli alberi, ad apprezzare la solitudine, il silenzio e il rumore dei temporali, a contemplare il cielo e le stelle, a essere in sintonia con l’armonia dell’universo dal quale veniamo e nel quale torneremo tutti. Soprattutto mi ha insegnato a essere forte in tutte le occasioni, a pensare prima di agire e a non avere mai paura, ma ahimé questo non ho ancora imparato bene a farlo. La mia preghiera più fervida è che papà possa trascorrere il suo nuovo tempo in un prato pieno di tutti i fiori che danno miele, cullato dal dolce ronzio della spi con le quali ha avuto, per tutta la vita, un rapporto di magico amore e passione infinita.